chi siamo

Criticando.it è un nuovo strumento semplice ed intuitivo messo a disposizione dalla nota organizzazione www.aspirantiattori.it nell’ambito di un progetto internazionale di libera contro-informazione. Intervenendo con un’importante schiera di studiosi, neolaureati e laureati nelle materie dello spettacolo, della comunicazione e del giornalismo, nelle diverse espressioni artistiche con particolare riferimento alle più innovative, promovendole, analizzandole e producendo critiche al di fuori di ogni schema commerciale e politico. Rientra nelle attività volontaristiche promosse e svolte dai membri della nota Associazione AspirantiAttori.it e nasce nelle università italiane mettendo in prima linea il talento delle menti più fresche e ingegnose del bagaglio artistico italiano. Allora, sai cosa leggi? Da oggi SI!

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SANREMO IN 3 RIGHE

Il populismo in Italia è dilagante. La facilità.Anna e Gigi cercano di fare qualcosa di intelligente, e non ci riescono. La retorica è schiacciante. Certo è apprezzabile il gesto, ma una cosa è certa: AI GAY NON SERVE ESSERE DIFESI DA ANNA TANTANGELO DA SORA.

di Simone Zeni

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Io Sono Leggenda

Robert Neville è un brillante scienziato impegnato a far fronte ad un terribile virus creato per errore dagli stessi uomini; lui per qualche oscura ragione ne è immune, ed è l’unico sopravvissuto in quel che resta di New York City e forse del resto della terra. Ma il bello, o il brutto in questo caso, è che non è solo.
Questo è solo un assaggio della trama di ”Io sono leggenda”, film diretto da Francis Lowrence ed interpretato dal sempre straordinario Will Smith , remake de L’ultimo uomo della Terra, del 1964, tratto dal romanzo ”Io sono leggenda” di Richard Matheson.
La mattina, allenamento, colazione, gioco; a mezzogiorno, caccia e raccolto; la notte, sopravvivenza. Questo il day by day del protagonista ”one man sohw”, scandito con lentezza, quasi a voler fare respirare allo spettatore il senso di solitudine, evidente nelle scene in cui il Dott.  Neville rivede alla tv programmi registrati, o alle scene di Shrek imparate a memoria; il tutto supportato da una regia di mestiere e da una scenografia incredibilmente convincente, con New York,una metropoli brulicante di vita, trasformata in città vuota e spettrale, che mette in evidenza ogni movimento possibile.
Solitudine, paura risaputa dell’essere umano, che il protagonista compensa decisamente con la presenza di una co-protagonista speciale, la piccola Sam, un bellissimo cane lupo per il quale Neville nutre un affetto quasi paterno.
Importanti anche le figure dei manichini che Neville posiziona in zone particolari della città, unici ”amici” con cui scambia conversazioni, sempre con la speranza che si rivelino, prima o poi, umani, ed ”esca” per una trappola. Una trappola? Si, una trappola, perché Neville non è solo, ci sono strane ”crature” che la notte prendono il sopravvento, e lo sa sin dall’inizio. Tutta colpa di una cura per il cancro, portatrice in realtà di un virus.
Ed è proprio il contrasto tra scienza e fede che emerge dal film, dalle parole dello stesso Neville: c’è la scienza che è una sorta di Dio moderno, e poi c’è l’antico e tradizionale Dio, al quale spesso la gente in situazioni tragiche si affida, al quale lo scienziato non crede più; ed il film fa interagire tra di loro questi due ”dei”.
Menzione speciale va alle musiche: scene completamente silenziose, prive anche di dialoghi, si contrappongono a scene d’azione, nelle quali però il sottofondo musicale è sempre come sommesso, pacato; e poi, l’album ”Legend”, di Bob Marley. ”Aveva un idea tutta sua: un’idea che potremmo quasi definire da virologo. Lui pensava che si potessero curare il razzismo e l’odio, letteralmente curare, tramite delle iniezioni di musica e amore nella vita delle persone.Un giorno doveva suonare a una manifestazione per la pace. Degli uomini sono andati a casa sua e gli hanno sparato addosso. Due giorni dopo lui è salito sul quel palco, e ha cantato. Qualcuno gli ha chiesto perchè, e lui ha detto: ‘perchè le persone che cercano di far diventare peggiore questo mondo non si concedono un giorno libero, come potrei farlo io?” Un messaggio di speranza, di salvezza: per Robert Neville, forse il suo Dio.
E si, perché nonostante il dott. Neville creda di essere l’unico uomo rimasto vivo, in fondo nutre ancora la speranza che qualcuno ci sia: ”Mi chiamo Robert Neville, sono un sopravvissuto che vive a New York, sto trasmettendo su tutte le frequenze in onde medie, se ci siete, se c’è qualcuno, ti prego, non sei solo…sarò al porto di South Street tutti i giorni, a mezzogiorno…”.
E nutre ancora la speranza di salvare il genere ”umano”: ”Posso salvarvi, posso aiutarvi, posso sistemare tutto”…parole ripetute fino allo sfinimento, ma non ascoltate…
Forse è proprio questo il punto: il mondo dovrebbe essere più silenzioso per riuscire ad ascoltare…per non avere paura…perché forse non tutto è perduto… solo l’umanità può decidere le sorti del mondo…”illumina l’oscurità”…

di Antonia Supino

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1408 ”Il luogo più inquietante al mondo è un numero”.

Un film tratto dall’omonimo racconto di Stephen King incluso nella raccolta ”Tutto è fatidico” e diretto dal regista svedese Mikael Håfström.
Il protagonista Mike Enslin (John Cusack), scrittore di una serie di guide dedicate ai luoghi infestati da fantasmi, dopo la morte della figlia ha perso l’ispirazione e diventa scettico nei confronti del paranormale, ma vuole a tutti i costi soggiornare nell’inquietante stanza 1408 del Dolphin Hotel di New York. Nel corso degli anni, essa è stata teatro di eventi misteriosi e atroci decessi, infatti lo stesso direttore dell’albergo Olin (Samuel L. Jackson) tenta di far cambiare idea al suo cliente; ma Enslin incredulo, una volta entrato nella camera, nota i primi fatti insoliti e atroci allucinazioni lo accompagneranno a vivere la notte più terrificante della sua vita.
La stanza diviene la materializzazione di un senso di colpa al quale non è possibile sfuggire, una lotta all’ultimo sangue contro il male che irride, illude il protagonista, distruggendolo a livello psicologico.
Il lungometraggio cattura da subito l’attenzione dello spettatore catapultandolo in un incubo orrendo e non riuscendo più a capire il confine tra realtà e fantasia.

di Simona Finocchiaro

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Arte ”Spazzatura”

”Siete stanchi del solito odore che è in giro per la vostra città? Volete profumare le vostre cucine con odori nuovi? Volete aumentare la percentuale tumorale della vostra città? o ancora meglio far sviluppare una bella epidemia di colera? Bene non perdete tempo e acquistate subito un sacchetto della nostra spazzatura, rimarrete soddisfatti e stupefatti dal contenuto vario e avariato”.

”Vendo spazzatura originale -La monnezza di Napoli®- sotto forma di sacchetti, in vendita un solo sacchetto accompagnato da certificato di garanzia con fotografia. Ottimo investimento! Otimo come regalo! Ottimo come Souvenir! Vendita anche all’estero. Spedizione con corriere veloce. -La monnezza di Napoli-  è un marchio registrato! accattatvil !!!”.
”Combatti anche tu l’emergenza rifiuti…compra un kg di spazzatura napoletana…in regalo l’attestato del bravo cittadino!!!”.
”Si vende -Spazzatura doc Anastasiana-  certificata made in Napoli. Super Garantita!!!  L’originale. Non cineserie”.
Sono solo alcuni dei tanti annunci ”ironicamente” inseriti su Ebay, nei quali si mettono in vendita al miglior offrente le tonnellate di spazzatura abbandonate sulle strade: pare essere questa la ”divertente” soluzione al problema rifiuti a Napoli ed in Campania.
Gli annunci contengono alcune foto dell’ ”oggetto” in vendita, e non mancano le domande dei possibili acquirenti, sicuramente ironiche, da buoni napoletani, dalle quali però trapela lo sconforto per una situazione ormai intollerabile.
Ma da possibili, si sono trasformati in reali ed effettivi acquirenti Claudio Pagone e Alessandro Ponticelli.
I due giovani artisti sulmonesi hanno contattato l’inserzionista di un annuncio, acquistando 300 chilogrammi di spazzatura napoletana d.o.c..
Ricordate la ”Venere degli stracci”(1967), opera di Michelangelo Pistoletto? Bene: i due giovani proporranno la loro nuova personale e contemporanea versione della ”Venere dell’immondizia” (2008); alla montagna di stracci contrapposti alla candida copia di una statua classica posta di spalle, nela loro nuova versione della Venere, Monticelli e Pagone sostituiranno la spazzatura, ottenendo così un ulteriore elemento sensoriale: quello olfattivo, una scultura quindi da vedere, toccare e…annusare.
Decisamente una grande provocazione quella dei due artisti sulmonesi, ma anche una accusa dal mondo dell’arte alle istituzioni che avrebbero dovuto e potuto fermare questa dimostrazione di negligenza e superficialità, motivo di vergogna non solo su scenari nazionali ma anche internazionali.
Negligenza e superficialità che hanno contribuito alla ”denigrazione” dei napoletani, e come scrive un inserzionista ”Con questo acquisto offrirete anche voi un contributo alla protezione di una specie in estinzione: quella napoletana!! Lo so benissimo che molti di voi, pagherebbero per vedere estinta questa popolazione e vi assicuro che pagherei anche io per vedere estinta alcune frange di questa popolazione, ma le brave persone non meritano tutto ciò”.

di Antonia Supino.

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Omaggio a Michelangelo Antonioni

Se la poetica e la poesia sono la più alta espressione di immagini, emozioni, contraddizioni e sentimenti velati dietro concetti filosofici molteplici e nascosti allora Michelangelo Antonioni era un poeta.

Interessato più all’anima dei sui protagonisti che all’estetica cinematografica di cui comunque era un abile maestro, Antonioni ha raccontato poeticamente le inquietudini del nostro tempo, l’incomunicabilità dell’uomo moderno, la densa tragedia delle separazioni tra amanti o innamorati, resa più reale e sconvolgente dalla condizione sociale di quest’ultimi, rappresentati quasi sempre privi di affetti come la famiglia, disincarnati da una vita affettiva, smarriti nel mondo e di fronte all’imponente concretezza della natura, completamente presi dai loro problemi interiori o dai sogni destinati a svanire come ricordi sbiaditi nel tempo.

Anche la vita professionale non puo essere rifugio di affetti reali, problema fondamentale dei suoi personaggi è come comunicare con gli altri e con la realtà ed è per questo che sono cavalieri erranti, vagabondi senza bagagli in fuga da se stessi ma alla ricerca della propria identità. Sono protagonisti catapultati in situazioni drammatiche ma non sono inetti, cercano di reagire ognuno a modo loro così come nella vita reale e così come nella vita reale sono sopraffatti dall’inquietudine della propria vita e da quello che la vita trascorsa ha lasciato nelle proprie anime.

Antonioni è stato un geniale creatore di immagini, di forme, rappresentando climi ha restituito grandi atmosfere interiori che come uno specchio senza modifiche hanno reso cose credute non trasmettibili cinematograficamente in modo concreto ed esemplare.

Antonioni è stato capace di andare oltre le ideologie e le frasi fatte, oltre i pregiudizi morali e politici (Zabriskie Point, Professione Reporter), ha parlato dei mali del secolo senza rappresentarli, ha parlato delle ingiustizie politiche senza calcare la mano sui fatti ma filmando con destrezza i segni e i vuoti incolmabili della storia mondiale che corre; il consumismo, l’alienazione, l’incapacità di essere se stessi per essere altro, più forte, più commisurato alle aspettative ciniche della società.

Come non parlare del colore che elemento metafisico penetra la pellicola e lo spettatore suscitando talvolta immedesimazione o completa catarsi dalla psicologia dei personaggi o perlomeno accentuano la situazione in cui si ritrovano i suoi protagonisti, in Deserto Rosso i colori predominanti sono il grigio, il nero, il rosso ruggine, il celeste/grigio del cielo, e gli unici colori più accesi sono tesi ad evidenziare personaggi e luoghi anomali come il verde del cappotto di un personaggio alla sua presentazione nel film psicologicamente e fisicamente instabile, come un paradiso terrestre raccontato in una favola che coniuga la vita di una bambina lontana dal mondo pazzo degli adulti e in rapporto con la natura, il rosa, il rosa che simboleggia tenerezza, femminilità, stabilità mentale e serenità proprio il contrario di quello che prova la protagonista, Giuliana, in Deserto Rosso.

E’ evidente che Antonioni sa bene cosa pensa l’animo delle donne, sa vedere il mondo filtrato attraverso la psicologia femminile che pur apparendo estremamente complessa rivendica di fondo un solo diritto quello di essere amate, pienamente accettate da amanti e amiche, non annoiate, di poter convivere con un uomo sognatore ma concreto, di poter vivere la propria femminilità e passione senza pregiudizi e senza meschinità.

E’ la malattia dei sentimenti in un rapporto a due e la sua inevitabile evoluzione che interessa Antonioni che senza mezzi termini li rappresenta con estrema nettezza e realtà.

Questi amori infranti, queste agonie del vivere, questa alienazione a se stessi e alla società, la perdita di concretezza, l’ accettazione dell’irreale che si nasconde dietro la creduta certezza del reale sono rese ancor più aspre e poetiche dai paesaggi, dal deserto, dall’aridità della terra, dalle valli dense di nebbia, dalle fabbriche e dalle loro immense ciminiere dal fumo nero, da immagini visionarie che solo Antonioni sapeva rendere semplicemente chiudendo gli occhi ed immaginando, immagini che rasentano allucinazioni ma che restituiscono profondi momenti poetici e suggestive chiavi capaci di far credere indiscutibilmente a quello che si sta vedendo.

di Giulio Meduri

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Disco Pigs al Teatro di Dioniso / Fondazione del Teatro Stabile di Torino.

Darren e Sinead condividono tutto sin dalla nascita, avvenuta lo stesso giorno, nella stessa ”porca città” sperduta nella periferia urbana, nello stesso ospedale dove la prima cosa che hanno udito sono state le bestemmie di un’ infermiera grassa e le lacrime delle loro madri.  Hanno passato l’infanzia su un letto a guardare i Looney Tunes in compagnia di un gigantesco peluche a forma di coniglio, prefigurazione di apocalissi alla Donnie Darko, e hanno scoperto il sesso guardando Pamela Anderson e David Husselorf  che corrono mezzi nudi in Baywatch.
”I bimbi belli della porca città” si fanno chiamare Porcello e Porcella perché di quella città, squallida e desolata, si credono il re e la regina e, come tutti i sovrani che si rispettino, anche Darren e Sinead vivono arroccati su un trono guardando la vita degli altri, disprezzandola, manipolandola, distruggendola.
Il giorno del loro diciassettesimo compleanno, infatti, dopo aver saccheggiato e distrutto un negozio di liquori, aver ballato in una triste balera per ”vecchi rincoglioniti”, aver fatto l’amore su un biliardo chiedendosi di che colore potrebbe mai essere l’amore stesso (” potrebbe essere fucsia o dorato come le patatine fritte”), Porcello e Porcella si concedono in regalo l’ennesimo pestaggio, l’ennesima umiliazione dell’ennesimo ragazzo preso in giro, fatto innamorare da Sinead giusto per un secondo, sbattuto fuori dalla discoteca a calci da Darren.
Un rituale che sa ancora di gioco per chi, come i due protagonisti, vive la vita su una dimensione parallela, resa metaforicamente nello spettacolo da un palchetto rialzato dal quale i bravissimi Michela Lucenti e Valter Malosti non scendono mai, costretti a muoversi in un microcosmo dai confini strettissimi seppure invisibili.
Un rituale che diventa rito di passaggio quando i due, dopo aver purificato gli occhi e il cuore rimanendo estasiati di fronte al mare, approdano al Disco Palace, la discoteca più grande e bella dell’intera città, con lo stesso stupore di chi è appena giunto al Paese dei Balocchi.
Qui Porcella s’innamora davvero di un ragazzo, travolta dall’inebriante bellezza di un mondo nuovo finalmente conquistato, luminoso e felice in quella maniera finta che può comunque fare bene al cuore se non si è vissuto altro che eccessi e violenza, morbosità e malessere. Ma Porcello, fuori dal solito gioco ancor più di quanto sembri, scatena la sua ”ultraviolenza” contro il malcapitato che muore sotto i colpi dissennati della gelosia, della giovinezza incattivita dalla frustrazione e dal disincanto.
La fuga di Porcella è un salto da quella piattaforma/zattera dove fino a poco prima la talentuosa Michela Lucenti aveva dato forma e ritmo forsennato al compulsivo mondo interiore della protagonista, trasfigurandola senza soluzione di continuità da leggiadra ballerina malinconica che piroetta accanto al suo adorato soldatino di stagno a discinta bambola sul punto di spezzarsi all’aumentare improvviso dei beat.
La musica , che spazia dai jingle dei cartoni a Bjork ai Chemical Brother a David Bowie con un ”Heroes” remixato che si fa inno stesso dei due protagonisti , non ha infatti il furbo scopo di sottolineare o abbellire lo spettacolo ma di costituirne la colonna portante stordendo e avvolgendo lo spettatore dall’inizio fino alla fine, risucchiandolo nel mondo allucinato e sincopato di Porcello e Porcella che ballano, si dimenano e si stordiscono di volumi altissimi senza un attimo di pausa perché è proprio quell’attimo di pausa che fa paura. Perché è in quell’unico attimo di pausa, preso di fronte al mare prima che la serata si rivolga in tragedia, che la consapevolezza di essere soli e circondati da un male incontenibile prende le sembianze di una ballerina leggiadra , dalla maschera a becco come gli antichi medici nelle città appestate, che si presenta come la Morte e che in un solo colpo restituisce alla vita il suo senso.
Il testo del giovane e pluripremiato drammaturgo irlandese Enda Walsh  viene rivisitato da Malosti, già premio Hystrio per la regia di ”Giulietta” nel 2004, e trasformato in un ”canovaccio” dove gli elementi più spigolosi e perturbanti dell’opera divengono lo sfondo per un surrealismo sovraccaricato, ”una disco opera” a detta dello stesso Malosti, dove i protagonisti si dimenano senza sosta come unica affermazione della loro esistenza.
E lo fanno all’interno di un mondo allucinato e onirico, costruito come un gigantesco cubo, sopra cui è un Dio stroboscopico a dominare, all’interno del quale i pannelli cadono per rivelare le mille luci allettanti del Paradiso/Disco Palace, dove gl’inquietanti compagni di viaggio sono un Roger Rabbit in acido, una signora che per mestiere fa la Morte e uno stralunato uomo con  bombetta e  pistola, omaggio dichiarato a Leo De Berardinis, che riesce a riassumere in sé tutta la dolcezza come tutta l’amarezza e la crudeltà di uno spettacolo che racconta quel momento impalpabile in cui si perde l’innocenza o si scopre di non averla mai avuta.
E dove alla fine si scopre  che il colore dell’amore è blu, proprio come in quel vecchio motivetto famoso.

Servizio di Elisa Finocchiaro

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L’Amore ai tempi del colera.

Anche se in ritardo rispetto all’uscita ci tengo a parlarne. Il ritardo è dovuto esclusivamente alla profonda digestione di un film che inizialmente non mi era piaciuto, brutti i trucchi, distanti i dialoghi dal romanzo, pessimo il doppiaggio eppure ho pensato a lungo a G.Marquez (l’autore del romanzo originale) e ho pensato molto anche al regista Mike Newell e alle sue precedenti produzioni. Ho rifletto sul fatto che a differenza di quanto credevo immediatamente dopo visto il film, la pellicola socorre velocemente e le varie fasi di tragedia, racconto, narrazione e commedia sono perfettamente ponderate. Male il mio idolo Giovanna Mezzogiorno, geniale l’interpretazione di Javier Bardem che interpreta Florentino Ariza (da anziano), il protagonista di questa intrigata storia. La trama indiscutibile siamo a Cartagena, Colombia. Il giovanissimo impiegato postale addetto ai telegrammi Florentino Ariza è follemente innamorato della bella Fermina, figlia di un becero commerciante di muli Lorenzo Daza. Per conquistarla, Florentino scrive per lei versi e lettere così appassionati che Fermina arriva a ricambiare il suo amore. I due si frequentano di nascosto e si giurano amore eterno, ma il padre della ragazza ha in mente per lei un matrimonio di alto rango e di convenienza, quando scopre la loro relazione allontana violentemente la figlia dalla città. Passano gli anni e Fermina, nonostante il carattere indipendente, ha accettato di sposare una delle figure più importanti di Cartagena, il dottor Juvenal Urbino, che ha studiato in Europa e che grazie alle sue esperienze e alle sue capacità ha debellato il colera dilagante nel paese. Viviamo con Florentino tutta la sua passione lunga oltre cinquanta anni, la sua ossessione per l’unica donna della sua vita per la quale tenta di mantenersi illibato, per la quale sogna, scrive, soffre, si ammala. Quando Florentino e Fermina si rincontrano, in circostanze macabre e ossessive, lui è diventato un ricco negoziante con tante esperienze diverse alle spalle ma che non ha mai smesso di amare la donna della sua vita e spera ancora di poterla avere un giorno accanto a sé per sempre…

Servizio di Giulio Meduri

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Ice Art Gallery: a Napoli il primo museo al mondo di ghiaccio permanente.

Aprire a Napoli, la città del sole, un museo di ghiaccio: pura follia? No, un’idea bizzarra, che ha visto il 21 Novembre, in Via Denza n.6, l’inaugurazione dell’ Ice Art Gallery, il primo museo al mondo di sculture di ghiaccio permanenti.
Nato da un’idea di Amelio Mazzarella, presidente dell’Associazione Italiana Scultori di Ghiaccio, in collaborazione con l’Associazione ErbaVoglio fondata da Salvatore Visone, e con il patrocinio del Comune di Napoli, il museo è situato in una galleria dislocata su di una superficie di 120 mq, strutturati su due livelli ed inglobati in una enorme cella frigorifera.
Ice Art Gallery nasce come un laboratorio dinamico: ad ogni stagione si rinnoverà, cambiando continuamente il tema delle esposizioni; al suo interno, scultori dell’arte fredda provenienti da tutto il mondo potranno esibire le loro opere, sculture di ogni fattezza e dimensione, ispirate da qualsiasi soggetto e paesaggio, create con l’unico ausilio del ghiaccio, o meglio, dell’acqua del Serino.
La temperatura media è di circa tre gradi sotto zero, ed è per questo motivo che i visitatori possono usufruire di calde pellicce; per rendere più piacevole la visita, è possibile degustare aperitivi e tisane calde per riscaldarsi, sedersi su poltrone di ghiaccio, e giocare a dama su di una scacchiera polare con pedine artiche.
Ma ogni Achille ha il suo tallone: pellicce ai visitatori per proteggersi dal freddo glaciale? E gli animalisti insorgono.
La LAV rivolge un appello ad Amelio Mazzarella, all’Associazione ErbaVoglio ed al Comune di Napoli: sostituire le pellicce con calde giacche con imbottiture sintetiche, pratiche e cruely free.
Perché pellicce e non giacche imbottite? Forse perché dietro c’è la sponsorizzazione di qualche nome dell’industria della pellicceria? E non si potrebbe trovare uno sponsor anche tra i produttori di indumenti”alternativi”? Perché oscurare con quest’ombra un progetto che potrebbe ricevere per la sua innovatività solo lustri e meriti?
L’unica cosa certa è la divertente ”casualità” dei nomi: ErbaVoglio è anche il nome di una azienda di pellicce, ed il fondatore dell’Associazione si chiama Salvatore Visone…

di Antonia Supino

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I Viceré

Titolo originale: I Viceré.
Nazione:  Italia.
Anno: 2007.
Genere: Drammatico.
Durata: 120′
Regia: Roberto Faenza.
Sito ufficiale:  www.ivicere.it
Cast:  Assumpta Serna, Cristiana Capotondi, Alessandro Preziosi, Lucia Bosé, Lando Buzzanca, Giselda Volodi, Pep Cruz, Sebastiano Lo Monaco, Guido Caprino.
Produzione: Jean Vigo Italia S.r.l., Institut del Cinema Català (I.C.C.), RAI Cinema.
Distribuzione: 01 Distribution.
Data di uscita: 09 Novembre 2007 (cinema).

Il grande giornalista Indro Montanelli disse il ‘nostro più importante racconto storico laico’ che però il nostro Paese ‘per quieto vivere’ aveva sempre rifiutato di prendere in considerazione.

 ‘I Vicerè, uno dei più bei romanzi della nostra letteratura di Federico De Roberto, scritto nel 1894, ritenuto anticlericale ma di grande qualità per la ricchezza dei personaggi e delle storie. E’ una descrizione feroce nei confronti della nostra società, ciò che siamo stati, i vizi che ci affliggono, la resistenza a ogni cambiamento e la tempestività a chinare la schiena di fronte ai vincitori; il suo è un dipinto che rappresenta la fotografia più impietosa del nostro dna tratteggiata con le armi dell’ ironia e del grottesco’.

Il film narra le vicende della nobile famiglia catanese degli Uzeda, discendenti dei viceré spagnoli, negli ultimi anni della dominazione borbonica in Sicilia, alla vigilia della nascita dello stato italiano.

Il capofamiglia è il principe Giacomo, un uomo interessato solo al potere e al patrimonio di famiglia che all’amore per i propri cari, impone su tutti la sua volontà, soprattutto sul figlio Consalvo; giovane ribelle che dopo essere stato esiliato dal padre all’interno di un monastero benedettino, capisce che tutto ciò che lo circonda è solo fatto di compromessi e infamia così sceglie di impadronirsi del potere per non lasciarsi sopraffare da quello stesso mondo. A far da cornice alle loro vicende c’è il variopinto mondo dei parenti, tutti dominati da grandi ossessioni, passioni e da una profonda corruzione morale. La narrazione spinge lo spettatore a togliere il velo delle apparenze, gli attori ben rientrano nei loro personaggi; Lando Buzzanca dà al suo personaggio (il principe Giacomo) la giusta dose di crudeltà e drammatica comicità; Alessandro Preziosi interpreta positivamente lo scapestrato ribelle Consalvo;  Cristiana Capotondi perfetta nel ruolo della fragile e dolce Teresa (tragica la scena della sua prima notte di matrimonio con lo sgorbio Michele) costretta a sposare un uomo che non ama per volere paterno. Anche i personaggi minori hanno un ruolo importante perché ognuno rappresenta il simbolo di un Paese ferito sin dalla nascita.

di Simona Finocchiaro.

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